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“Covid”, quando e se il tso


Si vivacizza il dibattito politico sui trattamenti sanitari obbligatori nei casi di contagiati dal covid che rifiutano le cure. I dettagli
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A seguito del caso dell’imprenditore veneto ricoverato a Vicenza in condizioni gravi ma stabili dopo aver in un primo tempo rifiutato le cure nonostante evidenti sintomi di Covid, alle sue spalle una scia di 5 contagiati e 89 persone in isolamento, anche il ministro della Salute Roberto Speranza – sollecitato dal governatore Luca Zaia – sta riflettendo sui trattamenti sanitari obbligatori. Per ora le norme anticontagio puniscono chi non rispetta la quarantena o diffonde il virus, non chi rifiuta di curarsi. E’ dunque al lavoro l’ufficio legislativo del ministro Speranza per verificare il quadro normativo sui Tso. L’obiettivo è quello di studiare una norma più stringente per la tutela contro il Covid dopo il caso del focolaio veneto. «Sto valutando con il mio ufficio legislativo – ha spiegato Speranza – l’ipotesi di trattamenti sanitari obbligatori nei casi in cui una persona deve curarsi e non lo fa». Parere favorevole viene da Andrea Crisanti, il professore di microbiologia dell’Università di Padova tra i primi a capire la gravità dell’epidemia e a fare muro. «Ogni volta che si mette in pericolo la salute degli altri prevale il bene pubblico, quindi – sostiene Crisanti parlando a SkyTg24 – penso che il Trattamento sanitario obbligatorio in questi casi debba essere necessario, estenderlo al caso del Covid non è una cosa negativa». Lo scienziato prevede che tra ottobre e novembre i focolai si intensificheranno e ricorda che «l’Italia non è in una bolla: questa settimana ci sono stati in media circa 200mila casi al giorno nel mondo. È chiaro che siamo esposti a un contagio di rientro o alla riattivazione di focolai di trasmissione che non è stata completamente eliminata». Sulla stessa scia è Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani che, intervistato dal Corriere, chiede «una grande attenzione a porti, aeroporti e stazioni. Occorre fare i tamponi a tutti i passeggeri provenienti da Paesi nei quali il virus è in crescita. Non basta rilevare la temperatura o l’autocertificazione».

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