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“Ariaferma” – La recensione

In un‘epoca particolare come quella che stiamo vivendo, in cui , seppur ormai a fasi alterne, si trascorre la maggior parte della nostra giornata tra le mura domestiche, quelle stesse mura domestiche che diventano all’occorrenza luoghi di lavoro, aule scolastiche, punti di incontro e di svago virtuali, o tutte queste cose insieme e nello stesso momento, chissà quante volte sarà successo ad ognuno di noi, in preda a quella soffocante sensazione di chi viene, peraltro senza alcuna colpa, privato della propria libertà, di esclamare la fatidica frase “mi sento in prigione“.

Ebbene , a quanti è successo e succede quotidianamente di provare tale sensazione di malessere, come conseguenza delle restrizioni dell’attuale pandemia (la scrivente per prima) consiglio la visione di un film superlativo, di recentissima produzione , “ARIAFERMA” , con due mostri sacri del cinema italiano , Toni Servillo e Silvio Orlando, che si svolge interamente dentro una prigione, “una vera prigione”, una fortezza ottocentesca, che si erge imponente in un asprissimo paesaggio della Sardegna . Contrariamente a quanto potrebbe far pensare il mio incipit ,non consiglio la visione di questa pellicola , per lanciare il solito monito pseudo-moralista che condanni quanti si lamentano delle quarantene forzate e dei lockdown imposti, senza pensare che esistono disgrazie peggiori in ogni angolo dell’universo, non è questo l’intento (seppur il concetto sia in teoria assolutamente condivisibile); noi siamo figli del nostro tempo, siamo cresciuti alla luce di una libertà assoluta, sino addirittura a diventarne schiavi, una libertà che viene interpretata spesso come onnipotenza, smisurato potere di agire senza freni, senza regole, senza limiti, senza il timore delle punizioni, (e questo è un male, indubbiamente), una libertà che non sempre viene capita nel suo senso più puro, che non sempre viene impiegata in modo positivo e propositivo come dovrebbe, ma che rimane comunque la più grande conquista del genere umano.

E’ normale che in questi due lunghi anni di pandemia, evento assolutamente imprevisto ed impensabile, che ci ha trovati totalmente impreparati, che ha significativamente ristretto la più elementare forma di libertà, quella di movimento, la sensazione frequente sia stata quella di sentirsi imprigionati, e non credo ci siano state d’aiuto, se non per brevi istanti, le frasi fatte che ci invitavano a pensare ai mali peggiori che imperversano nel mondo.

La visione di questo bellissimo film non è consigliabile per edulcorare i nostri malesseri con la constatazione delle tragedie altrui, seppur ciò accadrebbe, considerando l’angoscia che trasmette inizialmente la situazione che rappresenta, ma è consigliabile perchè offre uno spunto di riflessione ad ampio raggio sulle relazioni umane e le loro infinite sfaccettature, e questo, in tempi difficili come quelli odierni, è alquanto prezioso . Il film narra della difficile situazione in cui vengono a trovarsi un gruppo di agenti di polizia penitenziaria in un carcere ormai dismesso, e in via di totale chiusura che per un cavillo burocratico dovranno ritardare il loro trasferimento in altre sedi e restare a vigilare in pochi ,in assenza delle figure apicali, un gruppo di detenuti che ,per gli stessi motivi buracratici, non potranno essere traferiti in altre carceri.

Quella che si presenta come una emergenza di due giorni si prolunga oltre ogni decenza ai confini del surreale, i detenuti e gli agenti vengono praticamente abbandonati a loro stessi, senza servizi, senza regole, senza direttive adeguate, se non quelle di sospendere ogni attività ricreativa, e di chiudere le cucine, che erano state impartite considerata la brevità della permanenza. E così dove lo Stato perisce, l’uomo sopperisce.

E a fare la differenza sono proprio due uomini, i due rappresentanti per eccellenza degli schieramenti opposti, il boss dei detenuti, e il capo degli agenti ( Silvio Orlando e Toni Servillo). A fare la differenza, per la precisione, è la loro interazione, la relazione umana che ne consegue. La contrapposizione tra il bene e il male, in un contesto come quello carcerario, luogo simbolicamente emblema di tale dualità, dovrebbe essere di semplice percezione, perché nettamente delimitata dal confine fisico delle “sbarre”, (il male sta dietro di esse,”il detenuto”, il bene sta al difuori di esse, “il detentore”) in realtà non sempre può essere assoluta come ci piacerebbe credere, ma a volte è difficile da cristallizzare, perchè le prospettive possono cambiare, i limiti si offuscano e si confondono. E così arriva un momento, più o meno breve, in cui tutto si” relativizza”, anche i valori assoluti come il bene e il male”, chi ha violato la legge (il detenuto) in un determinato contesto non sempre è facilmente stigmatizzabile come il “male“ ( seppur sia indiscutibile la “necessità che venga punito”), e chi la legge ha l’onere e l’onore di ristabilirla non per questo si indentifica aprioristicamente con il bene. E così, proprio in questo clima dai confini offuscati, anche il giovane che in carcere è finito per aver picchiato a sangue un vecchietto, si offre spontaneamente di accudire un detenuto anziano a cui nessuno vuole avvicinarsi.

Sentimenti come la vergogna e il perdono sembrano trapelare dai gesti dei due protagonisti, senza mai essere banali o improbabili e poco veritieri, proprio perché non sono disvelati ma trapelano, magari solo agli occhi di chi ha gli strumenti per percepirli. Un film coraggioso e lodevole che fa ben sperare sulla possibilità che in ogni uomo possa esistere, in un determinato contesto, il magico e salvifico potere della Pietas.

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