Depositate le motivazioni della sentenza di condanna di Martina Gentile, imputata di favoreggiamento e procurata inosservanza di pena a Matteo Messina Denaro.
Martina Gentile, 33 anni, figlia di Laura Bonafede, entrambe presunte protettrici della latitanza di Matteo Messina Denaro, è stata già condannata in abbreviato il 4 marzo scorso a 4 anni e 8 mesi di carcere. I suoi difensori, gli avvocati Raffaele Bonsignore e Salvino Mondello, hanno presentato ricorso in Appello contro la sentenza di condanna per favoreggiamento aggravato e procurata inosservanza di pena. E sostengono che non vi sia prova che lei sia stata da intermediaria tra Messina Denaro e sua madre, la Bonafede, 56 anni, insegnante, già condannata il 5 novembre del 2024 a 11 anni e 8 mesi di carcere per associazione mafiosa. Le due donne sarebbero state funzionali agli interessi e alle necessità di Matteo Messina Denaro latitante, e il legame tra i tre sarebbe stato tale da essere da loro stesso definito: “Siamo come una famiglia”. Ebbene adesso sono state depositate le motivazioni della sentenza di primo grado. E tra l’altro si legge: “Non appare credibile che Martina Gentile abbia appreso della relazione esistente tra la madre e Messina Denaro solo dopo l’arresto della Bonafede, posto che la stessa Bonafede, nelle sue spontanee dichiarazioni, ha riferito che, di fatto, lei e la figlia avevano costituito con il latitante Messina Denaro una famiglia, seppure anomala per non esserci mai stata una convivenza tra loro. E la stessa Gentile, d’altra parte, in una lettera scritta a Messina Denaro si rammaricava del fatto che i rapporti non potessero essere più quelli di un tempo”. E poi ancora: “La Gentile faceva parte di una cerchia ristrettissima di persone vicine a Messina Denaro che conoscevano dove trascorreva la sua latitanza. Nè può essere accolta la tesi della rilevanza esclusivamente privata e affettiva del rapporto tra la Gentile e Messina Denaro. E costituisce di per sé un comportamento idoneo ad ostacolare le indagini volte a catturare il latitante già il solo fatto di avere un codice comunicativo comune anche ad altre persone, e che serviva essenzialmente, se non esclusivamente, a mascherare l’identità delle persone nominate nei messaggi e nelle lettere.”






















