La frana di Niscemi è solo uno dei tanti segnali della fragilità della Sicilia, un territorio dove vaste aree sono esposte a frane, alluvioni e crolli e dove serve un cambio radicale nella gestione del suolo. Così è secondo il geologo, docente all’Università di Palermo, Valerio Agnesi, che indica come zone più a rischio le aree montuose dei Peloritani, Nebrodi, Madonie e dei Monti di Palermo, ma anche le colline interne del Nisseno e dell’Agrigentino e le vallate dei fiumi Salso, Platani e Belice. In tali zone il terreno, spesso ricco di argille, è particolarmente instabile e può cedere sotto l’effetto delle piogge, dei terremoti o dell’erosione. A pesare sono anche il clima, con forti piogge concentrate in pochi periodi dell’anno, e l’azione dell’uomo, tra abusivismo, incendi e abbandono delle campagne. In passato frane simili hanno colpito centri abitati come Agrigento, Ravanusa, San Cataldo, San Giuseppe Jato, San Fratello e altri Comuni rimasti isolati o parzialmente distrutti. Secondo Agnesi, per evitare nuovi disastri servono controlli continui sul territorio, mappe geologiche aggiornate e un vero monitoraggio delle zone pericolose, oggi rallentati da carenze di fondi e personale. Senza una strategia comune e interventi strutturali, il rischio è che casi come Niscemi si ripetano in molte altre parti dell’Isola.























