
Pira ha invitato a evitare sia la demonizzazione della tecnologia sia la fiducia incondizionata nel progresso: gli strumenti non sono nemici in sé, ma contano gli scopi, gli usi e le persone che ne orientano le applicazioni. Un passaggio centrale ha riguardato i giovani e l’uso dei chatbot per affrontare questioni intime. Richiamando un’indagine Ipsos Bva per la Cnil su 3.800 persone tra gli 11 e i 25 anni, il sociologo ha riferito che circa un giovane europeo su due ricorre all’intelligenza artificiale per parlare di temi personali. Il fenomeno, ha osservato, può riflettere bisogni relazionali che la tecnologia intercetta senza poter offrire una vera reciprocità. Da qui l’importanza della presenza di adulti, famiglie e scuola.
L’intervento ha affrontato anche le conseguenze dell’automazione sul lavoro, che non rappresenta soltanto una fonte di reddito, ma contribuisce all’identità e al riconoscimento sociale. Pira ha inoltre richiamato i limiti della delega alle macchine: un sistema può elaborare dati, ma non assumersi la responsabilità delle decisioni né sostituire la fiducia costruita tra persone. Particolare attenzione è stata riservata al rischio di attribuire caratteristiche umane ai chatbot, soprattutto da parte dei bambini, e al ruolo del contesto educativo nel guidare il rapporto con la tecnologia.
Il sociologo ha individuato cinque responsabilità fondamentali: educazione digitale critica, regole efficaci, cura delle relazioni, rispetto dei tempi di riflessione e attenzione al linguaggio. La scuola dovrebbe insegnare a valutare le informazioni e a riconoscere limiti e rischi degli strumenti digitali; alle istituzioni e alle piattaforme spetta invece garantire regole e tutele adeguate. Famiglie e comunità sono chiamate a ricostruire spazi di ascolto, mentre la lentezza diventa essenziale per non rinunciare al pensiero critico. Anche le parole contano: un linguaggio formalmente corretto, ha avvertito Pira, può risultare vuoto se perde significato e attenzione verso chi ascolta.
Nel corso dell’incontro è stato richiamato anche il concetto di “pareidolia semantica”, legato alla tendenza a riconoscere intenzioni e tratti umani nei sistemi conversazionali. Per Pira, il modo in cui bambini e ragazzi interpretano questi strumenti dipende anche dalla presenza e dall’accompagnamento degli adulti: non basta consegnare una tecnologia, occorre aiutare a comprenderne possibilità e limiti. L’educazione digitale, dunque, non può riguardare soltanto i più giovani, ma deve coinvolgere anche genitori e insegnanti.
La sfida, ha sostenuto, è promuovere un “umanesimo digitale” che metta la persona al centro dell’innovazione. L’intelligenza artificiale può offrire strumenti utili anche in ambiti come la salute e la tutela ambientale, ma non deve sostituire figure umane essenziali, dagli insegnanti ai medici, dai genitori alle comunità educanti. La tecnologia può accompagnare e facilitare il cambiamento, ha concluso Pira, ma la direzione e le responsabilità devono restare nelle mani delle persone.