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Il Grande Salto, di Mahi Binebine

Quasi un Bildungsroman, questo di Mahi Binebine, ma più che sulla formazione umana che dall’adolescenza porta all’età adulta, questo è un romanzo sulla formazione del male.

Si respira l’afrore di povertà, vessazione e umiliazione fin dalle prime pagine, un lezzo più intenso della stessa discarica che campeggia come una gigantesca scultura in un angolo di Sidi Moumen.
Si imparano ad accompagnare gli schiaffi dei genitori con un movimento della testa, addomesticando i colpi per sopravvivere a una cultura patriarcale talmente schiacciante al punto che i padri possono sottrarre l’identità ai figli, se non addirittura la vita. Una sottomissione che inizia a menare colpi sin dall’alveo familiare, che è luogo di tirannia e despotismo più che di sicurezza e protezione.

Non c’è famiglia e non c’è Stato, in questo lembo dimenticato del Marocco, si incendia un commissariato come si commetterebbe un parricidio, per scacciare un’autorità che non protegge e non educa, che è soltanto padre-padrone. Si è soli, del resto, o quasi. Ci sono gli amici, quella piccola comunità di sopravvissuti che ci si crea per rendere la vita un po’ più sopportabile, fra una boccata di kif e una di hashish, quando ci si riprende dallo stordimento dell’alcol scadente o dall’alienazione indotta dalla colla sniffata. Non c’è alcuna certezza di sopravvivenza in quel lembo di Marocco, la precarietà del vivere accompagna le ombre di ogni abitante, e gli abitanti di questa piccola comunità si aiutano come possono.

“Il miracolo di Sidi Moumen è la strana facilità con la quale ci si adattano i nuovi arrivati. Provenienti da campagne inaridite e da metropoli voraci, cacciati da un potere cieco e dai benestanti sanguisughe, scivolano nel calco di una rassegnata disfatta, si abituano al lerciume, si spogliano della loro dignità, imparano a cavarsela, tirano a campare. Fatto il nido, ci si rannicchiano, ci si rintanano, e sembra che siano sempre stati là; che non abbiano mai fatto altro che alimentare la miseria che vi regna. Si integrano all’ambiente come la montagna di rifiuti, come i rifugi improvvisati, fatti di sputo e fango, sormontati da parabole come da gigantesche orecchie protese verso il cielo. Sono là e sognano. Sanno che la falciatrice gira, che se la prende prima di tutto con quelli che hanno smesso di sognare. Ma non hanno voglia di morire. Si aiutano l’un altro, si sostengono. La malattia incombe come un cacciatore sulla preda. La vedono, la sentono. La sfidano. E nonostante la fame dispieghi i suoi tentacoli, serrandogli il collo fino a soffocarli, a Sidi Moumen non uccide perché la gente divide ciò che possiede. Perché misurano a vicenda la loro comune disperazione. Domani sarà il turno di uno. Dopodomani quello di un altro. La ruota gira cosi in fretta. Ancora un po’ e ci saranno solo briciole spazzate via da un leggero soffio di vento.”

Da queste premesse non è affatto strano che le Stelle di Sidi Moumen, da affiatata squadra di calcio che sfidava le squadre degli altri sobborghi abitati di reietti, si trasformino nel gruppo terroristico che il 16 maggio 2003 fu la causa della morte di 45 persone a Casablanca.

Mahi Binebine racconta della nascita del male, quello estremo ed estremista, quello che ha radici profonde e trova terreno fertile dove c’è sopruso, abbandono, umiliazione, dove la violenza di gruppo (anche nei confronti di un amico stordito da una notte alcolica) è un’occasione da cogliere per manifestare supremazia dove altrimenti si finirebbe col soccombere.

Potevano diventare altro, le Stelle di Sidi Moumen, calciatori, o commercianti, o onesti lavoratori di ogni risma, ma il destino pare essere scritto sottopelle, marchiato a fuoco dalla sorte di luoghi condannati ai margini e per questo senza speranza:

a Sidi Moumen appena una macchina è rodata, subito arrivano i sassolini che la inceppano. Ineluttabilmente. Era scritto a lettere indelebili sulla trama dei nostri destini.”

Anche la migrazione verso le terre dall’altra parte del Mediterraneo sono più difficili di come la nostrana vulgata potrebbe farci immaginare, e su 100 persone che vediamo sbarcare sulle coste europee, ve ne sono 10.000 che rinunciano, per mancanza di soldi, per paura della morte in mare o per impossibilità di vario genere, e rimangono lì, invisibili anime vaganti al di là del Mediterraneo, e di loro non sapremo mai nulla.

Di fronte a simili prospettive, un Emiro come Abou Zoubeir – che arriva e prende dei giovani uomini sotto la propria ala protettiva – è una sorta di santo, un miracolo certamente mandato da Allah. É un passaggio fondamentale, un uomo arriva e risolleva altri giovani uomini, dandogli un lavoro, protezione, dignità. La sua parola diventa vangelo, un uomo che tratta gli altri come eguali non può sbagliarsi e va dunque ascoltato, seguito, qualunque sacrificio egli richieda.

“L’emiro e i suoi compagni erano persone semplici. Ci onoravano della loro presenza colmandoci di luce e di pace. Hamid era fiero di me: me lo garantivano i suoi occhi. Poteva capitare persino che Abou Zoubeir in persona si unisse a noi. Una vittoria sulle nostre piccole vite. Bevevamo le sue parole perché le comprendevamo. Era riuscito a renderci fieri con parole semplici, parole alate che ci trasportavano lontano, fin dove la nostra immaginazione poteva spingersi. Non eravamo più parassiti, rifiuti dell’umanita, nullità. Eravamo puri e degni e le nostre aspirazioni erano tutt’uno con le nostre menti illuminate. Eravamo ascoltati, guidati, il pensiero aveva rimpiazzato i pugni. Avevamo aperto la porta a Dio e Lui era entrato in noi. Le corse frenetiche, gli insulti, le stupide liti, era tutto finito. Finita la vita da scarafaggi sugli escrementi degli infedeli. Avevamo espulso la rassegnazione iniettataci nelle vene dai nostri genitori ignoranti. Imparammo a far fronte comune, a rifiutare di netto lo stato di larve al quale eravamo condannati per sempre. Sapevamo che i diritti non venivano concessi, ma bisognava prenderseli. E noi eravamo pronti a qualunque sacrificio. Il venerdì diventò davvero un giorno di festa a Sidi Moumen.”

L’affrancamento e l’affermazione come premesse della circonvenzione, dello sfruttamento di menti ormai pronte a tutto per essere andati oltre il dolore degli anni e aver assaporato piccoli bocconi di felicità. L’indottrinamento e la radicalizzazione non potrebbero essere più semplici, specie se a parlare è Abou Zoubeir, colui che ha fatto donato la dignità a quelli che prima erano solo dei reietti e che “come molti eletti toccati dalla grazia, aveva combattuto con accanimento la mediocrità dei vizi“, che ” conosceva le parole giuste, parole ghiotte che si fissavano nella memoria e, dispiegandosi in essa, fagocitavano i detriti che la intasavano
[…] Ci descriveva ogni tappa con i suoi scogli, le sue tentazioni, i suoi dubbi e i suoi inganni. A sentirlo avresti giurato che fosse morto dieci volte e dieci volte resuscitato, per quanto conosceva minuziosamente i dettagli del grande viaggio, per quanto i suoi occhi sprigionavano verità quando li raccontava.”

Non si può non pensare al carisma con cui viene tracciato il profilo di Osama Bin Laden, una figura descritta da chi ha provato a tracciarne la personalità come un misto di “good manners, humility and a serious and dominating personality”.

Il romanzo di Binebine è una finestra su un mondo poco noto a noi Occidentali, che conosciamo bene il deflagrare delle bombe e i video sciorinanti versi coranici, ma che tendiamo a ignorare le condizioni di proliferazione di un male come quello del terrorismo, che ha terreno vasto e fertilissimo tutt’oggi nel mondo islamico. “Les Etoiles de Sidi Moumen” è una finestra aperta su una porzione di quel cortile variegato che è il jihadismo, i cui santoni promettono una vita-oltre-la-vita bellissima e impareggiabile agli adepti, i quali si guadagneranno tutti i beni solo dopo aver compiuto “il grande salto”. Una vita che, nelle condizioni attuali, gli uomini nati dalla parte “sbagliata” del mondo (quella povera, reietta, quella su cui la società Occidentale spesso specula salvo poi girare la testa dinanzi ai loro problemi) non potrebbero che sognare mentre cercano di sopravvivere a un’esistenza di umiliazione e vessazioni. Pagine che ci aiutano a comprendere, senza mai giustificare, pagine che andrebbero forse insegnate a scuola.

Gero Miccichèhttps://livellosegreto.it/web/@Eragal
Development Director di Electronic Arts, dove ha lavorato su GRID Legends e adesso sul nuovo Need for Speed. Vanta una lunga esperienza nella produzione in ambito televisivo, editoriale e audiovisivo, ricoprendo anche il ruolo di General Manager e Direttore Editoriale dell’emittente Teleacras, nella quale ha cominciato da giovanissimo a lavorare come giornalista. Giurato dei prestigiosi BAFTA Awards e membro dell’Academy, ha iniziato la propria carriera nei videogiochi sviluppando advergame e learning game per il B2B. Ha lavorato a vari giochi mobile, gli ultimi dei quali in Gameloft Budapest, sviluppatori di Dragon Mania Legends e Disney Getaway Blast, ricoprendo per oltre 2 anni l’incarico di Lead Producer. Come Game Producer e Game Designer ha guidato lo sviluppo di svariati progetti, spaziando dai serious game all’ambito casual (B2C): il suo ultimo lavoro nel B2B gli è stato affidato dal colosso del fashion e-commerce YOOX Net-A-Porter, per il quale ha recentemente sviluppato l’advergame Catch & Match. È docente di Project Management & Production presso la Digital Bros Game Academy. Ha vinto la quarta edizione del DStars Awards nella categoria “Far Star”, riservata “individualmente a uno sviluppatore per il suo contributo straordinario nello sviluppo da italiano in uno stato estero”. Dal 2002 è iscritto all'albo dell'Ordine dei Giornalisti, per Teleacras scrive principalmente di Cultura.

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