Il femminicidio dell’insegnante agrigentina Patrizia Russo: in Appello confermato l’ergastolo al marito, Giovanni Salamone. Sarà valutato un percorso di giustizia riparativa.
La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha confermato la condanna all’ergastolo inflitta in primo grado il 14 luglio del 2025 a carico di Giovanni Salamone, attualmente detenuto nel carcere di Genova, 63 anni, di Agrigento, imprenditore agricolo, imputato di avere ucciso la moglie Patrizia Russo, 53 anni, anche lei di Agrigento, il 16 ottobre del 2024, nell’abitazione di via Cavoli a Solero in provincia di Alessandria in Piemonte dove lei è stata a lavoro come insegnante. Gli si contesta l’omicidio volontario aggravato dall’averlo commesso contro la coniuge e per futili motivi. Lui ha colpito lei più volte al torace e alla schiena con un coltello da cucina. Appena dopo essere stato arrestato ha raccontato: “Ieri sera abbiamo cenato con suo fratello. Abbiamo parlato anche di me, visto che da qualche giorno mi sento depresso e anche lei mi vedeva cupo. Ho dei debiti, ma lei stessa mi aveva rassicurato dicendo che non era nulla di grave e che saremmo andati avanti. Quando siamo andati a dormire lei si è addormentata subito, io invece mi assopivo e mi risvegliavo, non riuscivo a dormire come avrei voluto. Intorno alle 5, allora, sono sceso a prendere il coltello e l’ho ammazzata. Ho fatto una cavolata”. I conoscenti descrivono la coppia come “affiatata, mai una lite o un diverbio, sempre uniti”. Tre giorni dopo il femminicidio, il 19 ottobre, Giovanni Salamone ha tentato il suicidio nel carcere “Cantiello e Gaeta” di Alessandria. Ha approfittato dell’assenza del compagno di cella, e in doccia si è legato al collo un cappio rudimentale ricavato con delle lenzuola. Gli agenti della Polizia penitenziaria lo hanno bloccato in tempo. Lui, come ribadito dal suo difensore, l’avvocato Salvatore Pennica, sarebbe preda di un grave stato depressivo insorto quando gli sono state recapitate delle cartelle esattoriali relative alla sua azienda agricola ad Agrigento con addebiti che avrebbe temuto di non essere in grado di pagare. In aula ha dichiarato: “Ho ucciso mia moglie perché in quel momento ero posseduto da Satana”. I figli della coppia, Francesco e Giuliana, si sono costituiti parte civile tramite gli avvocati Maria Luisa Butticè e Anna Maria Tortorici. Giovanni Salamone è stato ammesso ad un percorso di “giustizia riparativa”, finalizzato al confronto con le conseguenze del reato, per favorire la responsabilizzazione, riconoscendo il danno causato dal reato. L’ammissione alla giustizia riparativa non comporta automaticamente sconti di pena o l’uscita dal carcere. E’ un percorso distinto rispetto alla detenzione, che si svolge all’interno del carcere, in spazi dedicati agli incontri con mediatori, oppure, in alcuni casi autorizzati, in strutture esterne convenzionate con la giustizia. Gli incontri sono gestiti da mediatori esperti e possono coinvolgere i familiari della vittima, altre persone colpite dal reato o solo il detenuto stesso in attività di riflessione e responsabilizzazione. Nel caso specifico, Giovanni Salamone sarà affidato ad un centro di Torino specializzato in giustizia riparativa, dove si valuterà la sua ammissione al procedimento.























